P.I.: 1a CONFERENZA NAZIONALE D'ORGANIZZAZIONE - 25-27/11/2011 - Relazione e Mozione conclusiva

Nazionale -

Relazione introduttiva 1^ conferenza nazionale d’organizzazione U.S.B. Pubblico Impiego



Un anno e mezzo fa, Il 23 maggio 2010, dopo una lunga fase costituente, molti di noi, superando le proprie appartenenze organizzative, fondendo le rispettive esperienze, le diversità, le proprie capacità e i propri limiti, con grande entusiasmo e partecipazione hanno dato vita all’ Unione sindacale di Base: un sindacato che vuole essere generale, confederale, indipendente e conflittuale.
Un sindacato che come abbiamo più volte detto con uno slogan efficace: è il sindacato che serve ai lavoratori!
Da allora molta acqua è passata sotto i ponti, a noi si sono aggiunti lavoratori e lavoratrici, attivisti e attiviste, delegate e delegati provenienti da altre esperienze di sindacalismo conflittuale ed anche confederale.
Soprattutto si è modificato e continua a modificarsi velocemente il mondo intorno a noi.
La scommessa che abbiamo fatto nel maggio 2010 non possiamo affermare oggi di averla già vinta.
La prima importante verifica la faremo collettivamente con i compagni organizzati nelle altre categorie fra un anno, quando arriveremo al nostro primo congresso confederale.
Una cosa però possiamo affermarla con certezza: l’avere scelto l’unità e soprattutto la confederalità come piano dal quale leggere i cambiamenti profondi, di un mondo del lavoro, di una società  sempre più complessa ed ingiusta nell’acuirsi delle differenze fra chi esercita potere, sia esso economico o politico e chi è perennemente chiamato ai sacrifici, è stata una scelta giusta che ci ha permesso, nonostante le molte difficoltà organizzative, di confrontarci  con la  durezza dello scontro in atto nel nostro Paese.
Il sindacalismo di base è storia importante di questi ultimi decenni ed è la nostra storia, ma bisogna anche essere in grado di esercitare la necessaria capacità di critica fino in fondo su questa esperienza e su quello che ha prodotto tra i lavoratori e nel nostro paese.
La stessa nascita della USB è dovuta alla necessità di superare l’esperienza passata, di resistenza, di sindacalismo conflittuale di settore se non di nicchia, per approdare ad un progetto di tipo generale e confederale.
Chi invece, nell’ambito del sindacalismo di base, ha deciso di non seguire questa strada, preferendo il particolarismo e l’autoreferenzialità, sfuggendo così ad ogni ipotesi di unità pur nelle differenze e operando negli ultimi mesi uno sganciamento apparentemente irreversibile dalla nostra esperienza, ha perso la capacita di lettura politica della fase, che gli ha impedito ad esempio, di scioperare con noi il 6 settembre scorso ed ora, sembra definitivamente destinato ad un ruolo residuale nel panorama sindacale.
Noi però, testardamente, continuiamo e continueremo ad invitare questa parte del sindacalismo di base ad una unità di azione con noi e con le altre organizzazioni sindacali indipendenti, conflittuali e democratiche, a partire dall’assemblea nazionale programmata per il 3 di dicembre.
Allo stesso tempo, con grande convinzione, proseguiamo nel percorso avviato, senza guardare ne indietro, al sindacalismo di base come era e con i suoi limiti, ne a destra dove c’è una cgil totalmente normalizzata anche per quanto riguarda le sue componenti di sinistra, ma avanti verso la costruzione di un sindacato di massa e di classe.
Da qui, dalla nostra essenza di sindacato generale che si candida a rappresentare gli interessi dei lavoratori e dei settori popolari che stanno subendo una vera e propria lotta di classe al contrario che il padronato ha scatenato nel nostro paese e non solo, dobbiamo partire, per ridefinire l’organizzazione interna, adeguandola alla funzione che siamo chiamati a svolgere
USB pubblico impiego è chiamata per prima ad un percorso che dall’avvio formale della discussione nell’aprile scorso, nelle riunioni degli organismi statutari, negli attivi di settore e in quelli territoriali, abbiamo definito come “ riorganizzazione strategica della categoria”.
Una discussione e un confronto aperto e capillare quello che ci ha portato qui e che ci consente ora di definire collettivamente i dettagli sia sul piano politico che su quello organizzativo del nostro percorso, di cui queste tre giornate non sono un punto di arrivo ma lo snodo fondamentale per progettare e sperimentare, territorio per territorio, settore per settore, lo sviluppo attraverso la ricerca di una nuova modalità organizzativa .

Non possiamo che partire dal violento processo di trasformazione della pubblica amministrazione, avviatosi lentamente, in maniera contraddittoria ma senza sosta, fin dal 1993 con la delegificazione del rapporto di lavoro attraverso il DLgs 29 e con la cosiddetta riforma Bassanini.
L’obiettivo perseguito senza discontinuità dai vari governi che si sono succeduti fino ad oggi, è quello di una pubblica amministrazione sempre più al servizio dell’impresa, del profitto e sempre meno a quella dei cittadini e dello stato sociale.
La metamorfosi del ruolo sociale della pubblica amministrazione è stata accompagnata dalla trasformazione in senso privatistico del rapporto di lavoro, dalla progressiva e inarrestabile perdita di diritti e di salario e, nell’ultimo quindicennio da una vera e propria campagna ideologica scatenata contro i lavoratori pubblici.
L’accusa di essere lavoratori privilegiati e improduttivi, portata avanti dai governi di centro destra come da quelli di centro sinistra, con il sostegno generalizzato  del padronato e del sistema mass mediatico, è riuscita  a fare breccia anche in ampi settori dello stesso lavoro pubblico che hanno dato sostegno, attraverso i sindacati concertativi, a riforme della contrattazione che ponendo al centro in maniera dogmatica il concetto della meritocrazia, hanno prodotto divisioni retributive artificiose, utili a indebolire il potenziale potere contrattuale collettivo.
L’apice di questo processo si è registrato con la cosiddetta riforma Brunetta che con una dura e demagogica campagna contro i cosiddetti fannulloni, ha cercato di affossare definitivamente la pubblica amministrazione.
Questo, con l’odioso tentativo di contrapporre il presunto parassitismo dei lavoratori pubblici all’efficienza dei lavoratori dell’industria, per poi operare l’operazione contraria quando si è trattato di sostenere i piani di ristrutturazione selvaggia della grande industria, FIAT in primis e trasformando gli operai di Pomigliano e Termini in assenteisti e malati immaginari, a dimostrazione del fatto che colpire i dipendenti pubblici è utile per colpire tutte le lavoratrici e i lavoratori.
Questo disegno però non si è completamente realizzato a causa delle troppe contraddizioni insite nei vari decreti, nelle modalità perseguite per la realizzazione del medesimo disegno che hanno messo in difficoltà anche quei sindacati divenuti ormai complici del governo e anche per merito della forte opposizione che la parte viva dei lavoratori pubblici e noi con essa, è riuscita a mettere in campo.
E’ la stessa Banca Centrale Europea con il carteggio epistolare intercorso con il governo Berlusconi a dettare ora, l’obbligo della “applicazione integrale della riforma Brunetta”.
Con la lettera del 5 agosto 2011 della BCE a firma di Mario Draghi e Jean-Claude Trichet, si sancisce la fine della sovranità del nostro paese imponendo scelte economiche draconiane simili a quelle greche anche all’Italia, attraverso la politica economica dell’UE a tutti i paesi nell’area dell’Euro in difficoltà di bilancio. Quei paesi che con un termine evocativo e sprezzante vengono definiti PIIGS (maiali)
Per fare fronte alle fibrillazioni dei mercati finanziari internazionali, si aggiungono quindi alle scelte di carattere nazionale, quelle a sostegno del polo economico/finanziario  europeo  con l’obiettivo del rientro  dal debito pubblico.

Dobbiamo fare fronte al debito pubblico; con questa frase ripetuta all’infinito in maniera quasi ipnotica come fosse un mantra, la quasi totalità delle forze politiche del nostro paese chiedono ed impongono sacrifici ai lavoratori e ai settori popolari.
Certo, con il Governo Monti, per indorare la pillola ci informano che questi sacrifici, i nostri sacrifici, dovranno essere equi, ma sempre sacrifici rimangono!
Del resto è convinzione comune che i debiti si paghino, ed allora bisogna sostenere che il debito pubblico riguarda l’insieme del popolo italiano, per convincere i lavoratori che le politiche di austerity siano giustificate ed inevitabili.
La verità però è un’altra. Il debito pubblico è stato generato da minori entrate  attraverso l'elevato tasso di evasione fiscale, la costante riduzione delle aliquote sugli scaglioni più alti di reddito, la bassa tassazione dei redditi da capitale, la riduzione se non l'eliminazione delle imposte patrimoniali,  l'espandersi dell'economia criminale e di quella sommersa .
Allo stesso tempo le uscite hanno riguardato prevalentemente le politiche a sostegno delle imprese, delle banche, il mantenimento di inutili carrozzoni con finalità clientelari, le ruberie a vantaggio di imprese appaltate dallo Stato, la corruzione valutata 60 miliardi di euro l'anno con l’odiosa esplosione dei privilegi della politica, i 30 miliardi annui di spese militari.
Nel 2010 la spesa per gli interessi, che concentrando nelle tasche di pochi la ricchezza di tutti rappresenta una redistribuzione alla rovescia, è stata pari a 70,1 miliardi di euro.
La banca d’affari Morgan Stanley, ci dice che se nel 1991 il debito pubblico era per il 58,6% in mano alle famiglie, oggi questa quota è crollata al 14%, mentre l’81% dei titoli del debito pubblico italiano è nelle mani di banche, assicurazioni e fondi di investimento, società finanziarie siano esse straniere o italiane.
E’ quindi di tutta evidenza il ruolo che il capitale finanziario/speculativo ha in questa girandola del debito pubblico e che i nostri sacrifici servono esclusivamente a mantenere in vita questo sistema economico finanziario

Noi paghiamo ancora le conseguenze del vecchio patto sociale concertativo avviatosi con gli accordi di luglio e agosto 1992 e 1993 con i quali cgil, cisl e uil hanno sostenuto le politiche dei governi Amato, Ciampi, Prodi, adottate per entrare nei parametri di Maastricht e poi nell’Unione Economica Monetaria dell’Euro.
Quel patto concertativo oltre a comprimere salari e diritti per un ventennio, ha garantito a tutti i governi una serie di strumenti di controllo del conflitto sindacale come quelli relativi al divieto di sciopero e contro i quali  noi ci siamo sempre battuti, rappresentando così, una possibile alternativa al sindacalismo concertativo, soprattutto nella pubblica amministrazione.
Nonostante le politiche avviate negli anni 90 il debito pubblico non è affatto diminuito ma è aumentato dal 106% del Pil nel 1992 al 120% nel 2011, mentre hanno colpito duramente i servizi sociali strategici del nostro paese come la sanità, l’istruzione, i trasporti.
Un recente rapporto diffuso dal Casper  (di cui fanno parte le maggiori associazioni di consumatori) rende noto che dall’introduzione dell’euro ad oggi i prezzi sono aumentati del 53,7% e che il potere d’acquisto di salari e pensioni ha perso il 39,7%.  Stando poi ai dati  Eurispes, nel 2007 le retribuzioni nette dei dipendenti pubblici erano le più basse d’Europa.
 
35.665,9    Francia      
27.622,4    Spagna      
27.110,8    Germania      
26.492,2    Regno Unito      
23.476,9    Italia     

Infine, quel “covo di comunisti” di Bankitalia asserisce che  il 45% della ricchezza complessiva delle famiglie italiane è in mano al 10% dei nuclei, mentre la parte più povera delle famiglie detiene appena il 10% della ricchezza totale.

Sostenere quindi che noi, lavoratori italiani, non siamo in debito, ma anzi, che siamo in credito e da lungo, lunghissimo tempo, è semplicemente la constatazione della realtà economica e sociale del nostro paese che però viene nascosta, mistificata, annullata da un sistema informativo saldamente in mano agli stessi gruppi finanziari e di potere i cui interessi sono alla base della crisi economica e che su essa  e con essa continuano a speculare.
Il debito pubblico viene denominato “Debito Sovrano”, trasformandolo così in qualcosa che minaccia la “sovranità nazionale” dei popoli .
Il trasferimento quotidiano di enormi masse di denaro da uno speculatore all’altro viene rappresentato da una “borsa che brucia miliardi di euro”, a significare che siamo di fronte ad una tragedia simile ad una catastrofe naturale e come per i terremoti, noi tutti dobbiamo sentirci coinvolti e correre in soccorso dei mercati!
Noi non ci stiamo a questo grande imbroglio e il debito pubblico non lo vogliamo più pagare!
Se in Italia venisse congelato il pagamento del debito pubblico, a doversi preoccupare sarebbero soprattutto le banche, le compagnie assicurative e la criminalità organizzata che ricicla molti capitali sporchi attraverso l’acquisto dei titoli del debito pubblico mentre, quella piccola parte di titoli in mano a famiglie non ricche, potrebbe essere facilmente rimborsato. E se tutto questo mette in “pericolo le banche”, allora, si nazionalizzino!
Queste parole d’ordine, solo poche settimane fa, sarebbero state lette come una sorta di folklore estremistico ma oggi, la consapevolezza che da questa crisi si può uscire solo proponendo nuovi modelli sociali che ridistribuiscano la ricchezza e mettano al centro gli interessi collettivi a scapito di quelli privati, non è solo la nostra.
Basti pensare alla presenza dei grandi movimenti sociali che in tutto il mondo capitalistico occidentale, in forme diverse e a volte contraddittorie, si stanno battendo contro il mercato unico del potere finanziario; alle lotte dei lavoratori degli altri paesi europei colpiti dagli effetti devastanti di questa crisi economica.
In questo contesto crediamo importante che nel nostro paese la mobilitazione per respingere i diktat e i vincoli di bilancio imposti della U.E. debba fare i conti anche con la chiusura di ogni spazio di democrazia di cui il “Governo dei tecnici” ne è una massima espressione.
Bisogna battersi perché i cittadini, i lavoratori, possano decidere delle politiche della U.E. e del pagamento del debito pubblico, attraverso un vero  e proprio referendum popolare!
Noi siamo il 99% contro l’uno per cento dei ricchi!
 
Nel nostro paese con il Governo Monti composto da baroni universitari, banchieri, amici della Confindustria e del Vaticano, gli obiettivi dettati dalla U.E. e dalla BCE diventano programma di mandato con il sostegno del 90% del parlamento. Cgil, cisl e uil assumono un profilo complice e con loro viene rilanciato e rafforzato quel patto sociale i cui prodromi li abbiamo visti con l’accordo siglato con Confindustria il  28 giugno, poi ratificato definitivamente il 21 settembre scorso e che non a caso viene citato nel carteggio con la UE e la BCE e trova applicazione nell’art. 8 della manovra economica di agosto.
Se per la cisl e la uil il passaggio dalla complicità con Berlusconi alla complicità con Monti è stato un fatto naturale, per la cgil il percorso di avvicinamento è stato preparato con cura in pieno governo Berlusconi fin dall’ottobre 2010, con l’apertura del tavolo per un nuovo patto sociale  insieme al padronato, proseguito con l’elezione della Camusso nel mese successivo, poi con la lettera delle cosiddette “parti sociali” scritta e firmata insieme a tutte le associazioni datoriali e con le banche, ed infine sancito  con il loro sciopero del 6 settembre che aveva come unico orizzonte la cacciata di Berlusconi e il rispetto delle compatibilità di bilancio imposte dalla U.E.
Chi a sinistra ha pensato che con  quello sciopero e in quelle manifestazioni fosse possibile  costruire un’alternativa alle politiche imposte dalla B.C.E. e dalla U.E., ha preso lo stesso abbaglio che in molti presero nel 2002 con l’art.18 e i famosi 3.000.000. di Cofferati.  Sbagliare è umano, perseverare è diabolico!

Con l’accordo del 28 giugno e relativa norma di legge, si smantella il contratto nazionale dando la possibilità nella contrattazione di secondo livello di derogare tutti gli istituti normativi e contrattuali compreso quello del licenziamento per giusta causa; si limitano ulteriormente gli spazi di democrazia per i lavoratori e si annulla ogni agibilità sindacale per le organizzazioni non concertative.

Alla luce di tutto questo, risulta sempre più importante ed utile la proposta di legge sulla rappresentanza sindacale avanzata dal Forum diritti e lavoro di cui, da poche settimane, fa parte ufficialmente anche la rete 28 aprile della cgil e che, per la prima volta, ha organizzato insieme a noi, un importante dibattito pubblico. 
Una prima volta che, alla luce delle cose dette all’inizio dell’intervento, in merito ai compagni di viaggio nel percorso che abbiamo aperto un anno e mezzo fa, assume un importante significato politico.

Siamo dunque immersi in un contesto di crisi del sistema economico mondiale che viene negato nella sua natura strutturale dagli stessi capitalisti che l'affrontano imponendo politiche recessive: precarietà, flessibilità, privatizzazioni, espulsione di forza lavoro, smantellamento del welfare, abbattimento dei diritti sindacali.
In questo contesto sperimentare forme di sindacato sociale o metropolitano, intercettando bisogni e settori sociali non raggiungibili nei luoghi di lavoro e spostando il centro della propria azione dalla contrattazione classica alla contrattazione sociale è di importanza strategica e con questi percorsi la USB P.I. deve essere in grado di rapportarsi ed interagire.
Lottare per la riconquista dei diritti sociali sottratti e di quelli di nuova generazione, vuol dire rafforzare l’idea di una pubblica amministrazione al servizio di tutti e non serva degli interessi dei poteri forti.

Allo stesso tempo quanto detto fin qui, obbliga l’intero sindacato a dare struttura a tre piani di intervento strategico, che riguardano appunto le nostre prospettive future e di cui abbiamo parlato in tutti gli attivi che hanno preceduto questa conferenza:
la costituzione di un dipartimento nazionale servizi  articolato su tutti i territori; la formazione permanente dei delegati pubblici e privati, collocata all’interno di una rivisitazione del centro studi; i rapporti internazionali con i sindacati della Federazione Sindacale Mondiale e con le altre organizzazioni conflittuali, con cui abbiamo avviato relazioni bilaterali.
A questo scopo si è deciso di impegnare in questi ambiti,  alcuni compagni che fino ad oggi hanno dato un grandissimo contributo nella gestione nazionale del pubblico impiego, Giuliano Greggi, Nazzareno Festuccia, Paola Palmieri.

E’ evidente a tutti noi che la pubblica amministrazione  è il bersaglio di una guerra centripeta scatenata dai poteri economici e finanziari alla ricerca di un proprio "riassetto".
Questa scomoda e difficile posizione rende sicuramente i lavoratori pubblici più esposti di altri per quanto concerne la perdita di diritti e salario, ma allo stesso tempo indica con chiarezza il compito fondamentale che un sindacato come il nostro è chiamato a svolgere nel contrasto a queste politiche, per la conquista di un futuro migliore per tutti.

E’ quindi ancora una volta, la nostra presenza strategica nella p.a. l’elemento sul quale siamo chiamati a ragionare e a confrontarci, concentrando le forze dell’intera organizzazione, per definire il miglior progetto possibile in rappresentanza degli interessi dei lavoratori pubblici.
Dobbiamo organizzare una risposta a questo stato di cose che non si ponga come orizzonte esclusivamente la difesa dei diritti sotto attacco e la resistenza ai processi di smantellamento, bensì quello della conquista del futuro, così come nelle parole d’ordine di convocazione di questa conferenza.

Per noi conquistare il futuro di una pubblica amministrazione che torni ad essere considerata un bene comune, è un obiettivo, è il primo punto di programma del nostro agire in questa condizione.
Un programma il nostro, che in primis, deve contrastare duramente le scelte politiche come quella dell’inserimento del pareggio di bilancio dello Stato nella Costituzione che comporterebbe, nel caso di mancato raggiungimento, l’automatico prelievo forzoso dalle tasche dei dipendenti pubblici!  

Difendere lo status di bene comune della pubblica amministrazione vuol dire difendere lo status di bene comune dei dipendenti pubblici, vuol dire conquistare un futuro per tutti i lavoratori , per i giovani, per gli anziani, per i settori popolari ai quali gli stessi soggetti che hanno provocato la crisi tentano sottrarlo.
Dobbiamo quindi, come categoria, proseguire nella mobilitazione che ci ha visto protagonisti anche il 15 novembre scorso, perché la fine del Berlusconismo coincida con la fine del Brunettismo.
Una mobilitazione che abbia al primo punto la riapertura immediata per il rinnovo dei contratti nazionali e che ci faccia recuperare ciò che Brunetta ci ha tolto, a partire dagli spazi di negoziazione fino al diritto alla malattia.
Una mobilitazione per chiudere con la stagione del fannullonismo e con la meritocrazia imperante.
Riaprire la contrattazione, rivendicare il diritto alla carriera e alle progressioni per tutti, organizzare il rifiuto di massa all’adesione ai fondi pensione privati che i sindacati complici del governo e della finanza vorrebbero farci ingoiare, sbloccare il turn over e assumere i precari, ottenere la stabilità del lavoro e del luogo di lavoro, chiudere con ogni processo di privatizzazione, sono i punti di un programma di lotta che insieme dobbiamo elaborare e fare vivere in ogni luogo di lavoro pubblico.

E’ compito nostro infatti batterci perché non prenda piede la convinzione della ineluttabilità delle scelte governative, rimettendo al centro della mobilitazione le rivendicazioni salariali e  i diritti.

La piattaforma contrattuale elaborata dal coordinamento nazionale e che trovate nella vostra cartella approfondisce questi temi e siamo convinti possa essere uno strumento utile per la mobilitazione se sapremo usarlo nella relazione con i nostri colleghi di lavoro, nel risveglio di quelle coscienze troppo spesso sopite.
La scelta di produrre una piattaforma contrattuale nonostante la contrattazione nazionale sia stata congelata di fatto fino al 2018 dal governo Berlusconi, assume un significato importante nell’ideale saluto di benvenuto (si fa per dire!) che noi rivolgiamo al nuovo Governo Monti!

La crisi non può più essere affrontata con misure recessive: è da qui, da ciò che è stato sottratto alla pubblica amministrazione e ai dipendenti pubblici, che bisogna ripartire!

E’ con questi punti di programma, quelli a carattere generale come il non pagamento del debito pubblico e quelli specifici contenuti nella piattaforma contrattuale che noi ci approcciamo alle elezioni rsu che, dato l’acquisita stabilità del quadro politico istituzionale, inimmaginabile fino a due settimane fa, si terranno il 5,6,7 marzo 2012, come indicato nell’accordo Aran di aprile

Il fatto che la chiusura degli spazi di agibilità sindacale nella pubblica amministrazione debba ancora manifestarsi del tutto, non deve trarci in inganno.
Anche senza applicare l’art. 8 della manovra agostana nella pubblica amministrazione, al Governo basterebbe ad esempio modificare il regolamento elettorale rsu o il drastico  taglio  dei permessi sindacali, come sta avvenendo a seguito di un accordo siglato dalle altre organizzazioni sindacali, per toglierci spazi e diritti.
Non è quindi pensabile accettare un ruolo subordinato in questa fase, con il rischio di predisporre le nostre strutture alla sconfitta, mentre potremmo essere soggetti visibili di una campagna di democrazia e contro gli interessi di casta rappresentati da cgil, cisl e uil, nei luoghi di lavoro come sui territori.
In queste tre giornate dobbiamo quindi decidere come portare avanti, già dai prossimi giorni, una campagna perché le rsu si svolgano negli attuali 12 Comparti del pubblico impiego, superando definitivamente quanto contenuto nel decreto legislativo 150 in ordine alla forzosa compressione in soli 4 comparti di tutte le differenti professionalità del lavoro pubblico.
Dobbiamo chiedere l’apertura del confronto all’ARAN per riscrivere in senso democratico il regolamento elettorale rsu, affinché anche i lavoratori precari possano votare, sia possibile presentare liste nazionali e per ogni livello di contrattazione e perchè ogni soggetto sindacale, abbia diritto, in campagna elettorale e quando eletto, al pieno utilizzo delle prerogative sindacali.

Le elezioni rsu saranno per noi un momento di verifica della nostra capacità di stare in campo in una fase così complessa, ma anche così appassionante come quella che stiamo vivendo.

Per essere in grado di dare risposte credibili e concrete ai lavoratori, in altre parole per essere in grado di fare fronte alle necessità di fase e non quindi indirizzare il nostro cammino esclusivamente alle elezioni rsu, dobbiamo proseguire nel percorso di revisione del nostro livello organizzativo avviato formalmente nel mese di aprile.

Il progetto di riorganizzazione che abbiamo descritto nel documento preparatorio, negli incontri di settore e in quelli territoriali e che ancora dobbiamo collettivamente approfondire, dettagliare, eventualmente modificare, non può che avere carattere sperimentale da qui al prossimo congresso nazionale, cosa questa che ci permetterà, a verifica, di apporre gli aggiustamenti che reputeremo necessari.

Per rivedere la nostra organizzazione credo che, come quando ci troviamo a ragionare su quale sia la funzione che un sindacato come il nostro debba svolgere in una determinata fase politico/sociale, il nostro agire debba dotarsi di strumenti di lettura il più scientifici possibile, di cui spesso abbiamo sentito l’esigenza e che a volte sono mancati.
In tal senso, c’è una frase di Sun Tzu, ( il generale cinese, stratega e filosofo vissuto tra il VI e il V secolo A.C.), che bene si addice alle nostre necessità: “Se tu conosci l'avversario e conosci te stesso, non occorre che tu abbia paura del risultato di cento battaglie. Se conosci te stesso ma non l'avversario, per ogni vittoria ottenuta soffrirai anche una sconfitta. Se non conosci né te stesso né l'avversario, soccomberai a ogni battaglia”
Ecco: con l’analisi dei contesti in cui ci muoviamo e con la formazione politico/sindacale, possiamo imparare a conoscere l’avversario, mentre per procedere e nel procedere alla riorganizzazione dobbiamo imparare a conoscere noi stessi, senza reticenze e visioni auto consolatorie.

Conoscere ciò che rappresentiamo in termini di iscritti, di qualità dell’intervento, di risorse destinate alla nostra attività, di disponibilità all’assunzione di responsabilità da parte delle compagne e dei compagni, settore per settore, territorio per territorio, azienda per azienda: è la condizione necessaria per definire i progetti di sviluppo della nostra presenza in tutti gli ambiti.

Questo lo possiamo fare solo se ognuno di noi darà il proprio apporto fattivo per fare funzionare gli ambiti collegiali che ci siamo dati, a partire dai progetti territoriali che dovremo elaborare di ritorno da questa conferenza e quelli nazionali di settore.

Non voglio qui ripetere gli argomenti e le indicazioni relative alla rivisitazione degli organismi di p.i. contenute nel documento preparatorio, ma semplicemente sottolinearne alcuni tratti  fondamentali, tenendo conto dei ragionamenti scaturiti negli incontri che hanno preceduto queste giornate.

In questo senso il nostro primo e fondamentale obiettivo è quello della strutturazione e del buon funzionamento dei coordinamenti regionali di pubblico impiego. Dobbiamo lavorare per la costruzione o l’aggiornamento funzionale dei coordinamenti e degli esecutivi regionali.
E’ sul territorio che possiamo progettare lo sviluppo dell’intera categoria coinvolgendo tutti i settori, anche quelli verticali che per loro oggettiva organizzazione contrattuale, hanno bisogno di mantenere un livello d’organizzazione appunto, anche verticale.
In questo modo cercheremo di uscire dalle limitazioni settoriali e di un vertenzialismo che non trova più corrispondenza nelle dinamiche reali di attacco alle nostre condizioni e in una contrattazione che si anima ormai quasi solo esclusivamente su questioni difensive, di resistenza ai processi di sottrazione dei diritti.
Di questo percorso dinamico, deve farsi carico l’intero pubblico impiego a partire dall’esecutivo nazionale che dovrà dedicare con continuità l’attività di alcuni compagni al sostegno dei percorsi regionali.

Raccogliendo l’invito di chi ci ha giustamente fatto notare che nel documento preparatorio non veniva citato il Consiglio Nazionale ne ribadiamo il ruolo fondamentale di definizione delle linee politiche strategiche ed anche per questo i compagni che ne fanno parte partecipano di diritto a questa conferenza.
Mi permetto però di constatare che la scarsa partecipazione alla vita interna del sindacato da parte di diversi componenti è un dato da superare, anche, ma non solo, frutto del processo di fusione per incorporazione che ci ha portato, anche giustamente, alla definizione di quote di posti in base alle nostre rispettive appartenenze passate e che oggi, visto il grado di omogeneità politico raggiunto, dovremmo essere in grado di superare definitivamente.

Il coordinamento Nazionale così com’è concepito: settori nazionali e livelli regionali, consente una rappresentazione reale e funzionale di una categoria unica che è organica al progetto confederale.
E’ quindi questo, l’ambito principe che ci permette di fare sintesi fra le diverse istanze di una organizzazione, la nostra, che è sempre più complessa ed articolata.
Per questo negli ultimi tempi il coordinamento è stato convocato spesso e ha discusso e definito, passo  passo, le modalità e i contenuti del percorso che ci ha portato alla conferenza d’organizzazione.
Alcuni aggiustamenti nella composizione del coordinamento, si rendono però necessari, al fine di accrescere la presenza delle regioni e dei i settori.

L’intero processo riorganizzativo potrà funzionare solo se l’esecutivo nazionale riuscirà nella gestione dei rapporti con il coordinamento nazionale e del dibattito politico in seno allo stesso, nel  coordinare lo sviluppo dei coordinamenti regionali, nel contribuire alla ridefinizione dei progetti dei singoli settori, nel gestire le mille incombenze quotidiane di carattere nazionale che vanno dai rapporti politici ed istituzionali alla contrattazione fino alla produzione di materiale interno e di propaganda.
Non è pensabile che l’efficacia della nostra azione, a fronte di questa mole enorme e complessa di lavoro, si realizzi con l’impegno di pochi compagni e sarebbe altrettanto  errato in quanto inutile, pensare ad un esecutivo che sia espressione diretta dei settori e dei territori come invece, ribadisco, debba essere il coordinamento nazionale.
L’esecutivo deve essere in grado di intervenire concretamente, nei modi e nei tempi giusti, per l’espletamento delle funzioni che ho appena detto.

Per questo serve ipotizzare l’entrata nell’esecutivo di alcuni compagni del coordinamento che già oggi svolgono, in parte, queste funzioni e di altri che hanno assunto la responsabilità di alcuni ambiti importanti.
Fondamentale è anche, l’acquisizione di una capacità in grado di fare sintesi di un lavoro necessariamente essere suddiviso, superando così l’idea che tutti possano o debbano fare tutto.
Ci apprestiamo dunque ad una sfida con noi stessi, puntando sulle nostre disponibilità, sulle nostre capacità, sulle nostre intelligenze per un allargamento complessivo degli ambiti di lavoro, invitando e facendo spazio senza reticenze, a compagne e compagni affinché si assumano nuove responsabilità a tutti i livelli della nostra organizzazione.

La nostra splendida storia, le capacità straordinarie delle centinaia di compagne e compagni che sono presenti oggi e di quelle che oggi non sono qui,sono la garanzia che tutto questo si possa, con sicurezza, realizzare!   


Roma, 25/11/2011

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Mozione conclusiva 1^ Conferenza d’Organizzazione U.S.B. Pubblico Impiego


A conclusione dei lavori della prima conferenza di organizzazione della USB PI le delegate e i delegati riuniti, approvano i contenuti della relazione introduttiva. La fase di attacco che sta colpendo tutto il mondo del lavoro e quello pubblico nello specifico impone una riorganizzazione che riguardi la composizione degli organismi e l’articolazione della categoria sul piano settoriale e territoriale.

A tale scopo la conferenza assume l’impegno per la costruzione e il buon funzionamento dei coordinamento regionali di pubblico impiego, snodo centrale del processo di riorganizzazione, che abbiano funzione di sintesi sul territorio del progetto confederale nell’ambito della categoria attraverso la necessaria funzione solidaristica e inclusiva che consenta la crescita omogenea dei settori su tutto il territorio regionale.

La realizzazione del processo di diffusione e consolidamento della categoria sul piano regionale, che avrà un importante momento di verifica con le elezioni RSU di marzo 2012, consentirà l’avvio di un percorso sperimentale per la costruzione di strutture di lavoro provinciali, nell’ambito del percorso di riorganizzazione già avviato, anch’esso a carattere sperimentale, e che continuerà fino al primo congresso USB PI.

I prossimi mesi vedranno impegnata l’intera categoria nelle mobilitazioni che avranno l’obbiettivo di contrastare i provvedimenti attraverso i quali il governo Monti, l’UE, la BCE e il potere economico finanziario, continueranno a far pagare il loro debito al blocco sociale composto da lavoratori dipendenti, precari, immigrati e disoccupati, pensionati.

In questo contesto le elezioni RSU rappresentano una grande opportunità di crescita per l’intera organizzazione che affronterà la campagna elettorale a partire dai contenuti delle mobilitazioni e delle lotte che ci hanno visto protagonisti in questi ultimi anni a difesa dei diritti e delle condizioni materiali dei lavoratori  pubblici e del servizio pubblico inteso come bene comune. Un patrimonio questo che solo USB PI può rivendicare e che inevitabilmente marcherà la differenza tra noi e chi si è reso complice del processo di smantellamento della Pubblica Amministrazione e dello Stato Sociale. In questo senso riteniamo la campagna elettorale già aperta, in continuità con la nostra azione sindacale fondata su una parola d’ordine chiara ed inequivocabile: il debito non è nostro e noi non vogliamo pagarlo.
Le liste rsu della USB Pubblico impiego saranno aperte, indipendentemente dall’appartenenza sindacale, alla partecipazione e al contributo da parte delle lavoratrici e dei lavoratori che, condividono questi contenuti.


La riapertura della contrattazione, il diritto alla carriera e alle progressioni per tutti, il rifiuto all’adesione dei fondi pensione privati, lo sblocco del turn over e l’assunzione del precari, la stabilità del lavoro e del luogo di lavoro, la ferma opposizione a tutti i processi di privatizzazione e smantellamento della Pubblica Amministrazione e della riforma Brunetta sono i punti di una piattaforma di lotta che la conferenza si impegna a far vivere in tutti i luoghi di lavoro pubblico.

La nostra mobilitazione si pone infine l’obiettivo che le elezioni dei Rappresentanti dei Lavoratori alla Sicurezza, avvengano, analogamente alle rsu, in forma diretta.

Primo fondamentale appuntamento è rappresentato dall’assemblea nazionale delle delegate e dei delegati delle organizzazioni sindacali e sociali conflittuali democratiche ed indipendenti del 3 dicembre prossimo, alla cui costruzione e riuscita la conferenza impegna tutto il quadro attivo di USB PI. 

Frascati, 27/11/2011